Il patto rotto: storia di un tradimento

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Il PD stacca la spina all’agonizzante Giunta Ferrante. Anche gli autonomisti dell’Mpa e molti altri stanno meditando proprio in queste ore di mettere fine a questa esperienza politico-amministrativa.

Sembrerebbe una delle tante banali crisi politiche, determinate dalle solite beghe e dalle frequenti dispute sulla spartizione degli assessorati. In realtà, se il susseguirsi di notizie verrà confermato, ci troveremmo di fronte a quello che può essere considerato un fallimento del progetto politico, da qualcuno un tempo ribattezzato come “alleanza etica”. Ma, cosa ancor più grave, si parlerebbe di vero e proprio tradimento.

Un tradimento consumato non tanto sul piano strettamente politico, ma un tradimento consumato sulla pelle dei cittadini che avevano creduto al progetto, e che si erano  lasciati trasportare dal forte desiderio di cacciare il tiranno. Chi governa oggi aveva ed ha stipulato un patto con la città, per una svolta radicale, per il tanto aspettato cambiamento, quello vero, per voltare definitivamente pagina sulla vergognosa gestione della città da parte della vecchia amministrazione.

La crisi politica attuale assume ancora più rilievo se guardata da un altro punto di vista, ancora più importante.

Il tradimento del mandato popolare non si è consumato oggi con l’uscita dalla Giunta di significative forze politiche, come il PD, che sono state protagoniste del sogno della rinascita di Adrano. Il malcontento dei democratici era palpabile già da tempo, per alcune scelte del Sindaco: dalle attribuzioni delle mansioni superiori ad alcuni dipendenti comunali fino all’ultima delibera sulla Pasqua. Questo sarebbe l’ultimo anello di un processo di sfaldamento che è stato avviato poco tempo dopo dall’insediamento.

Tutto parte dall’emarginazione, dall’espulsione, dalla cacciata di giovani, uomini, donne e assessori. In una sola parola, sono stati messi alla porta i tanti che avevano contribuito in maniera determinante alla vittoria. Conseguenza di questa cattiva politica è la situazione, paradossale, di vedere come gli uomini funzionali al sistema di potere della passata amministrazione sono stati riciclati e riverniciati, tentando di dare loro una patina di perbenismo e di verginità, per essere presentati alla città questa volta dall’altra parte.

Forse Ferrante e qualche suo amico si sono convinti di avere avuto l’esclusivo merito della vittoria. Non si spiegherebbe altrimenti ciò che è avvenuto appena dopo pochi mesi: la distruzione della squadra di assessori che avevano messo la loro faccia, scendendo in campo in prima persona nonostante lo scontro – per chi lo avesse dimenticato – fosse stato durissimo.

Una domanda a questo punto sorge spontanea: questi scienziati della politica dove andranno a parare?

Fatta fuori la società civile, fatti fuori i partiti e gli uomini che avevano vinto la battaglia non gli resta che l’abbraccio con la loro interfaccia e il mondo politico da cui provengono: il mancusismo.

D’altronde come meravigliarsi, eventualmente, di questa possibilità che solo due anni fa risultava essere fantascientifica.

E’ da ricordare come il solerte Ferrante, durante la campagna elettorale per le Europee, sebbene sconsigliato vivamente, si presentava gioioso al cospetto di coloro (Firrarello, Castiglione, Mancuso, Bulla) che avevano intrapreso una battaglia all’ultimo sangue contro la Primavera adranita, rimanendone, però, nello stupore del mondo politico provinciale e regionale, sonoramente battuti. E come non ricordare il solerte Pogliese, storico punto di riferimento politico del Ferrante, presentarsi, probabilmente su suggerimento di qualcuno, a Tva per ringraziare – udite, udite – proprio Mancuso per alcuni finanziamenti destinati al Teatro Bellini. Da molti quel passaggio venne ritenuto quasi un segnale politico per una eventuale e possibile – come dicono i politici – convergenza.

In questo stato di assoluta confusione è chiaro che il Sindaco – speriamo di transizione – si è dimostrato incapace di governare, nel rispetto dei patti nobili siglati con la città, una comunità difficile come Adrano. Ed è chiaro che non bisogna demordere, non bisogna scoraggiarsi. Ad Adrano sono presenti uomini e donne con le doti culturali ed etiche capaci di riprendersi la speranza e coltivare il sogno di una Adrano migliore

Antonio Cacioppo

 Pubblicato a pag. 6 del numero di Marzo 2011 del periodico Symmachia