“La Pasqua annunciata da tre diavoli”, la tradizione di Adrano su “La Repubblica”

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L’edizione palermitana del quotidiano “La Repubblica” ha dedicato, ieri, 2 aprile, un interessante articolo sulla rappresentazione pasquale dei “Diavulazzi di Pasquboninaa” di Adrano. L’articolo è firmato dal giornalista Gianni Bonina, il cui cognome rimanda chiaramente alle sue origini di Adrano. Apprezzata firma di diversi quotidiani, tra cui “La Stampa”, Il Domenicale del “Sole 24 Ore”, “Il Riformista”, “l’Unità” e “La Repubblica”, Bonina è autore di numerose inchieste ma anche di romanzi e saggi pubblicati a partire dal 1992.

Nell’articolo di Repubblica, Bonina racconta l’antica tradizione della sacra rappresentazione, scritta da don Anselmo Laudani, che vede tre diavoli annunciare la resurrezione di Cristo, dopo un acceso scontro tra l’Angelo e la Morte che cercano di accaparrarsi l’Umanità.

Per i lettori di Symmachia, proponiamo l’integrale versione dell’articolo pubblicato dal quotidiano nazionale.

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La Pasqua annunciata da tre diavoli. Adrano celebra un’antica tradizione

di Gianni Bonina – La Repubblica – edizione Palermo

Mille diavoli danzano e rumoreggiano a Pasqua per le vie della Sicilia, ma quei tre di Adrano che dal 1752 affrontano Michele Arcangelo, spalleggiano la Morte e si contendono l’Umanità sono forse i più simpatici. O comunque i meno diabolici o i più umani.

Hanno le loro ragioni, dopotutto: se Cristo è risorto e ha salvato gli uomini, l’Inferno chiude per fallimento e per loro è la fine. Perciò si disperano e non sanno a che diavolo votarsi. Si può allora comprendere come nel tentativo dei “diavulazzi” adraniti (più che altro un vezzeggiativo) di impossessarsi dell’anima, impersonata dall’Umanità, baleni l’estremo sforzo non tanto di metterci la coda ma di non rimettercela.

Ogni anno però finisce male: a mezzogiorno  di Pasqua i diavoli devono gridare sbuffando “Viva Maria” e la Morte rassegnarsi  a cedere l’Umanità all’Angelo, spezzando l’arco e gettandolo con la freccia sulla folla, cosa che fa credere da secoli che, al contrario di come dovrebbe essere, sarà molto fortunato riceva un pezzo di legno addosso.

“La Diavolata”, recitata in versi settecenteschi opera di un don Anzelmo Laudine oggi diventato Anselmo Laudani, è unica nel Sud Italia ed ha un suo fascino speciale non tanto per la scenografia (ispirata al rosso dell’Etna) quanto per la resa di un testo che nella sua pronuncia stentorea rinviene un senso d’Oltretomba tale da far apparire la sacra rappresentazione un rito ancestrale e tribale, in linea con i tratti africani della grande maschera demoniaca che tanti bambini ogni anno atterrisce.

Prima degli anni Ottanta “L’Angelicata” non veniva rappresentata da tempo immemorabile, pare per la presenza nelle didascalie della parola “trabucco”, che forse indicava una grande macchina necessaria a fare scendere gli angeli sul palco e causa di qualche incidente mortale. Fatto sta che gli adraniti, sospettando dei diavoli appena usciti di scena, si resero conto che è sempre un rischio mettere insieme il diavolo con l’acqua santa.